Mobbing e rapporto di lavoro: consigli pratici ai fini di una miglior tutela

Com’è noto il c.d. “mobbing” – intendendosi come tale il comportamento vessatorio e reiterato del datore di lavoro finalizzato ad ottenere l’espulsione del lavoratore dal posto di lavoro o mediante le dimissioni indotte o mediante il licenziamento – ha generato, negli ultimi anni, un rilevantissimo contenzioso giudiziario e ciò, per vero, anche a fronte di una oltremodo deprecabile tendenza da parte dei lavoratori a cavalcare l’onda lunga del fenomeno, introducendo cause per “mobbing” quando di “mobbing” non ve n’era nemmeno l’ombra.

Escludendo tali casi, per così dire “patologici”, il motivo del rigetto dei ricorsi volti a far accertare il c.d. “mobbing” e ad ottenere, conseguentemente, la condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali (biologici, morali ed esistenziali) che ne sono derivati, risiede essenzialmente nelle estreme difficoltà probatorie che incontra il lavoratore in giudizio, a partire dalla necessità di dimostrare la sussistenza di un intento lesivo in capo al datore di lavoro (c.d. animus nocendi); intento lesivo in mancanza del quale la Corte di Cassazione ritiene insussistente il dedotto “mobbing”.

Risulta, quindi, fondamentale, ai fini dell’introduzione di un’eventuale causa, disporre di un notevole armamentario probatorio.

Al fine, quindi, di precostituirsi le “armi” per affrontare un eventuale giudizio con esiti auspicabilmente favorevoli, lo Studio consiglia di:

  • a) tenere una sorta di diario dei comportamenti “mobbizzanti” subiti, sul quale annotare il fatto storico (per es.: ingiurie, molestie, minacce ecc.), il giorno e l’ora dell’accadimento, la presenza di eventuali testimoni, con relativi nomi e cognomi;
  • b) conservare copia di tutte le comunicazioni del datore di lavoro (mail, sms, whatsapp) contenenti ingiurie, molestie, minacce ecc.;
  • c) registrare eventuali conversazioni, ovviamente all’insaputa degli astanti (sul punto, la giurisprudenza, tanto della Corte di Cassazione, quanto della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – CEDU –, ha avuto modo di affermare, anche di recente, che le registrazioni di conversazioni private effettuate per finalità di tutela in giudizio sono lecite);
  • d) mettersi in malattia, in presenza di sintomi quali astenia, ansia, insonnia, inappetenza e simili;
  • e) sottoporsi a visita medica da uno Specialista in Neuropsichiatria, preferibilmente di una Struttura Ospedaliera Pubblica; f) reagire tempestivamente alle condotte “mobbizzanti”, affidandosi ad un Avvocato.

Lo Studio Legale Nouvenne rimane, quindi, a disposizione per la relativa assistenza, sia in sede stragiudiziale che in sede giudiziale.

By |2018-07-24T09:05:43+00:00June 5th, 2018|Diritto del Lavoro|0 Comments

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